#Sieditiqui

1.Siediti qui e raccontami chi sei.
Mi chiamo Anna, ho 35 anni, sono laureata in scienze dell’educazione ed attualmente faccio la mamma a tempo pieno. Sono originaria di Oltre il Colle, un paesino della Valle Brembana, ma ora vivo a Marostica (Vicenza) con Mauro, mio marito, ed Emma, la mia bimba di un anno. Prima di trasferirmi a Marostica ho vissuto a casa Ali e Radici per un anno e mezzo.
2.Come è stato il tuo primo incontro con la realtà della casa?
Conoscevo don Marco da un po’ di tempo ed attraverso lui avevo conosciuto la comunità “Ai Celestini”. Una sera mi ha detto che stava pensando di dare vita a una comunità per la semi autonomia e mi ha proposto di entrare a farvi parte in qualità di volontaria. Lì per lì la proposta mi ha lasciato un po’ perplessa, stavo per partire per il cammino di Santiago de Compostela e gli ho chiesto di lasciarmi del tempo per pensarci su e che gli avrei dato una risposta al ritorno. Una volta a casa ho accettato. Solo in quel momento don Marco mi ha detto che se avessi risposto “no”, forse, avrebbe archiviato per un po’ il progetto. Aveva individuato una possibile casa, potenziali ragazze da ospitare ma… fino a che non avesse trovato una persona disponibile ad entrare in casa come volontaria, il suo progetto non poteva prendere forma. E così mi sono trovata catapultata nella emozionantissima fase di avvio di quello che fino a un attimo prima era solo un sogno. Era settembre e, solo pochi mesi dopo, ad aprile, tutto era pronto per l’apertura di casa Ali e Radici. La casa era stata ristrutturata e arredata, c’era uno staff educativo composto da una coordinatrice e un educatrice e, insieme a me, c’erano altre 2 ragazze che avevano accettato di entrare ad Ali e Radici in qualità di volontarie. Che esperienza unica!!!
3.Cosa cercavi in quelle chiavi di casa?
Quando ho accettato la proposta di don Marco vivevo da sola da 5 anni, avevo la fortuna di avere un lavoro a tempo indeterminato e, apparentemente, non mi mancava nulla, eppure io sentivo un gran senso di vuoto. Sentivo che avrei voluto fare qualcosa di diverso, che avrei voluto mettermi in gioco di più spendendomi maggiormente per gli altri, capivo che avevo bisogno di fare un ulteriore passo di crescita e che mi avrebbe fatto bene confrontarmi con altre persone. Ho creduto che casa Ali e Radici, che pur mi spaventava e a cui andavo incontro come una che ha firmato un assegno in bianco, potesse fare al caso mio.
4.Raccontami di una situazione in cui hai capito il tuo ruolo di volontaria.
Una sera una delle ragazze ospiti nella casa è venuta a bussare alla porta della mia camera da letto per chiedermi un parere sul suo “outfit” per la serata. Un attimo dopo era in lacrime che mi raccontava di alcuni episodi della sua vita che la facevano soffrire. L’ho ascoltata, l’ho abbracciata e le sono rimasta accanto fino a che la tristezza è svanita. Mi ha sorriso e mi ha detto: “tu non sai quanto mi ha fatto bene parlare con te e ricevere un tuo abbraccio, non lo dimenticherò mai”. In quel momento ho capito che in quella casa io, come volontaria, stavo probabilmente ricevendo più di quello che potessi dare: non avevo fatto nulla, ero solo stata vicina a quella ragazza e l’avevo abbracciata come avrebbe fatto una sorella maggiore, ma quello scambio così profondo aveva lasciato un ricordo indelebile non soltanto in lei ma anche in me.
5.Spiegami il senso del nome “Ali e radici” dentro alla tua storia.
Questa domanda mi fa sorridere perché mi ricorda un aneddoto legato al momento in cui abbiamo scelto questo nome. Quando abbiamo dovuto trovare un nome da dare a questa comunità, tra le varie proposte, ho buttato lì il nome “Ali e Radici”. Ricordo come se fosse ieri che Marta, il nostro architetto, mi ha detto: “sembra il nome di un piatto che ti servono al ristorante”!
Quando ho pensato a quel nome lo immaginavo pensando alle ragazze che sarebbero state ospitate li, immaginavo una casa che contribuisse a costruire le loro radici ma che, al tempo stesso, fornisse loro ali per volare alto, nella certezza che alle spalle avrebbero sempre avuto un posto sicuro dove rifugiarsi se il vento si fosse fatto troppo forte.
Non mi ero mai chiesta cosa significasse nella mia storia. Oggi so che anche per me quella casa è stata un luogo che ha contribuito ad estendere le mie radici, radici che, in primo luogo erano costituite dalla mia famiglia, dai miei affetti. Grazie a quelle radici ho trovato la forza per spiccare il volo e trasferirmi a Marostica dove ho sposato l’uomo che amo e che ho conosciuto durante il cammino di Santiago. Devo molto a quella casa e alle persone che sono passate da lì e sono grata a don Marco che mi ha permesso di vivere questa esperienza.
#ognimercoledi #agathàonlus #alieradici